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il quinto lightroom e la coscienza del fotografo

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Sto prendendo lentamente confidenza con il nuovo lightroom 5, da poco disponibile nella forma definitiva, seppure ancora con un cosiddetto punto-zero dopo il numero di versione.

Non ci sono novità eclatanti, almeno per le mie necessità o frivolezze, ma diverse piccole migliorie che tutto considerato mi spingono in direzione dell’aggiornamento, sia pure con minore entusiasmo rispetto a quando era uscita la versione 4.

Quest’anno Adobe si è dedicata con zelo alla sezione sviluppo, intesa come sviluppo della fotografia, non del software – e già un programma che utilizza concetti come sviluppare un negativo mi cattura, come in effetti mi ha catturato fin dalla versione uno beta.

Cose utili: raddrizzare edifici ed orizzonti in modo automatico e con ottima precisione, e migliorare spesso la prospettiva, talvolta in modo sottile ma percepibile – qui sotto due esempi

Prima
Foto originale.

dopo

Foto corretta, upright auto, il crop è automatico anch’esso.

Altre cose utili in fase di sviluppo, una correzione delle irregolarità molto più sofisticata, e quasi all’altezza di photoshop, dove con irregolarità si possono intendere dai granelli di polvere sul sensore alle persone con il cattivo gusto di posizionarsi nella fotografia senza invito.

Completa il trio dei miglioramenti nello sviluppo, un nuovo filtro radiale, una specie di vignetta eccentrica (nel senso di non necessariamente centrata), che permette di attirare l’attenzione su parti della fotografia modificando luminosità, contrasto e saturazione, oltre ad una miriade di altri parametri. Altro esempio qui sotto:

prima
Foto originale.

corretta

Foto corretta, ovviamente è facile farsi prendere la mano…

Ci sono naturalmente altri miglioramenti, una novità che dovrebbe racchiudere un grande potenziale è la possibilità di creare delle smart previews, ovvero delle immagini che pesano un decimo o meno degli originali, sulle quali si può agire come su quelle vere, sia in fase di sviluppo che di gestione dei metadati, e una volta collegati al computer gli originali, che magari stanno su un disco esterno capiente, tutte le modifiche vengono riportate dalle copie ai negativi digitali.

Questo è un sistema che può attirare chi usa un portatile, e tiene gli originali in un disco a parte, ma sarà la base per la gestione nella nuvola di lightroom, che sicuramente arriverà prima o poi.

Le nuove possibilità in fase di sviluppo rendono lightroom ancora più versatile e mettono nelle mani del fotografo degli strumenti potentissimi; ad ogni passo mi trovo sempre più in difficoltà nel restare fedele alla mia idea di toccare il meno possibile le immagini. Il punto è che le foto che escono dalla macchina digitale sono spesso buone, ma non ottime, e con pochi tocchi in lightroom si possono aggiustare contrasto ed esposizione in modo da adattarle alla visione su uno schermo grande, o ad una stampa. Quindi un minimo intervento è necessario il più delle volte, ed è (anche) per questo che uno compera un programma come lightroom.

Ma se il miglioramento dell’esposizione è ormai un intervento normale ed ammesso, che dire del raddrizzare le mura di un edificio per migliorare la prospettiva? già qui si altera la geometria, non solo la tonalità, ma posso sempre giustificarmi dicendo che quello che rendo sullo schermo non è distante da quello che ho visto sul campo, anzi è probabilmente più fedele all’impressione che ho avuto nel momento dello scatto.

Quando poi tolgo persone o elementi brutti, faccio un intervento ulteriore e non posso certo affermare che al momento dello scatto la realtà era quella, ma solo, magari, che quella era la mia visione ideale.

Insomma, quanto più diventa facile modificare le immagini e tanto più uno viene tentato dal farlo, non c’è scampo, e magari i risultati sono anche buoni. Meglio un ricordo falso ma bello o uno vero ma banale?

Non ho certo la soluzione, gente come Philip Dick ci ha scritto romanzi, io mi accontento di una banale constatazione di ordine pratico: le foto digitali costano zero, e lightroom rende facile creare delle copie virtuali della stessa foto. Potrò quindi avere due versioni di ogni foto (quantomeno delle migliori), una fedele ed una “ideale”, poi a distanza di anni non ricorderò più quale era l’una e quale l’altra…

Written by erling

16 giugno 2013 a 20:28

Pubblicato su foto, lightroom

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