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Molti mondi, nessuna libertà

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Ho finito di leggere un libro di Colin Bruce incentrato principalmente sulla teoria dei molti mondi; non mi ha appassionato molto, dato che non mi è parso ben calibrato sul tipo di lettore al quale doveva essere destinato, curioso di scienza ma non necessariamente già addentro alle teorie. Non spiega molto bene che cos’è questa idea sconvolgente, ma fa una serie di disquisizioni molto tecniche.

Comunque.

L’idea in sè, da come la ho capita (da altri libri più che da questo) serve a risolvere il mistero enorme del passaggio tra lo stato nebuloso e vago del mondo quantistico a quello ben netto e chiaro del mondo “normale” che conosciamo. Vale a dire, un singolo fotone può tranquillamente passare contemporaneamente attraverso due feritoie ed interferire con se stesso producendo una figura appunto di interferenza, ma quando poi lo si misura succede “qualcosa” che lo costringe a scegliere: o è passato da una parte o dall’altra, come ci si aspetta nel mondo normale. Cosa accada per effetto della misurazione, e perchè un singolo fotone scelga destra o sinistra in modo che ci sembra casuale, è il mistero che ha sconvolto le migliori menti del novecento scientifico.

I molti mondi ipotizzano che in realtà ogni volta che una particella è costretta a scegliere, l’universo si “sdoppia” in due versioni, e così ogni possibilità è avverata.

Questo brutale e senza dubbio inesatto riassunto per venire al punto: se ogni possibilità accade in almeno una delle miriadi di versioni dell’universo, non esiste più la libertà di scegliere, perchè comunque tutto quanto non è logicamente impossibile accade. Quindi non solo io ho inventato google, per dire, ma sono anche morto nella culla ed ho ho dodici figli in giro per il mondo. Tutto accade.

Mi sembra talmente mostruoso, eppure preso sul serio da chi se ne intende, che non posso fare a meno di copiare la reazione della dama vittoriana di fronte alla teoria di Darwin “speriamo che non sia vero, e, se è vero, speriamo che non si sappia in giro”.

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Written by erling

27 gennaio 2007 a 21:55

Pubblicato su vaghezza

Una Risposta

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  1. L’ipotesi di Everett (o “interpretazione a molti mondi”),impone numerose restrizioni al procedimento di quantizzazione.Tale ipotesi,suggerisce anche di imporre particolari restrizioni alle condizioni inerenti alla funzione d’onda dell’Universo;restrizioni che non appaiono naturali nelle altre interpretazioni.Secondo queste ultime,l’Universo odierno è costituito da un unico “ramo” generato nel lontano passato dalle forze a cui è dovuta la riduzione della funzione d’onda.Di conseguenza,nelle interpretazioni diverse dall’ipotesi di Everett,gli effetti quantistici della gravità consistono,almeno attualmente,nel generare piccole fluttuazioni attorno a un Universo essenzialmente classico.Questo punto di vista della cosmologia quantistica (sviluppato in profondità da J.V.Narlikar),porta a modelli cosmologici distinti da quelli suggeriti dall’ipotesi di Everett.Un’analisi dettagliata di ciò che un osservatore vedrebbe,mostra che vi sono delle differenze tra i modelli basati sull’ipotesi originale di Everett e quelli di Narlikar,anche se al giorno d’oggi l’evoluzione sarebbe descritta con ottima approssimazione da un Universo di Friedmann classico in entrambi i casi.
    I due tipi di modelli differiscono enormemente in prossimità della singolarità iniziale,e ciò può portare a differenze osservabili tra quelli basati sull’ipotesi di Everett e quelli basati sulla riduzione della funzione d’onda.L’esistenza di queste differenze permette di ovviare alla critica principale mossa all’ipotesi di Everett dai suoi oppositori;critica esposta in modo molto conciso da Shimony:”Dal punto di vista di qualunque osservatore – o più esattamente,dal punto di vista di ogni “diramazione” di un osservatore – la diramazione del mondo da lui osservata si evolve in modo stocastico.Poichè tutte le altre diramazioni sono inaccessibili alle sue osservazioni,l’interpretazione di Everett ha esattamente lo stesso contenuto empirico – nel senso più ampio possibile – di una teoria quantistica modificata in cui sistemi isolati di tipo opportuno subiscono occasionalmente “salti quantici” che violano l’equazione di Schrödinger.Pertanto Everett ottiene l’evoluzione continua dello stato quantistico globale al prezzo di una violazione estrema del principio di Occam (…)”
    L’ipotesi di Everett però non viola il principio di Occam.
    Quando il sistema osservato è piccolo,l’Universo,inteso nel senso corrente di tutto ciò che esiste,non si scinde.Solo l’apparato di misura si scinde.Se decidiamo che è l’Universo a scindersi,esso consiste di tutti gli Universi classici permessi dal dominio,in cui la funzione d’onda dell’Universo non è nulla.Solo in apparenza quindi,questa è una violazione del principio di Occam;poichè uno dei problemi presenti a livello classico consiste nel considerare il fatto evidente che tra tutti i punti dello spazio dei dati iniziali delle equazioni di Einstein,uno solo è stato “realizzato”.È un problema comune a tutte le teorie classiche.A livello classico,per risolvere questo problema si devono porre le condizioni iniziali sullo stesso piano delle leggi fisiche.Si devono inoltre introdurre ulteriori leggi fisiche per implicare la riduzione della funzione d’onda.Adottando l’ipotesi di Everett non si deve invece ricorrere a nessuna legge nuova,perchè in questo caso tutti i punti nello spazio dei dati iniziali corrispondono a Universi classici realmente esistenti.In definitiva quindi,la cosmologia fondata sull’ipotesi di Everett,amplia l’orizzonte ontologico per “risparmiare” sulle leggi fisiche.Applicare l’interpretazione di Copenhagen,alla cosmologia quantistica (e dal punto di vista dinamico,il collasso della funzione d’onda da essa postulato),appare quindi addirittura ridicolo.È assai probabile che in un futuro,a mio avviso non troppo lontano,l’ipotesi di Everett (interpretazione a molti mondi) sostituirà sia quella statistica che quella di Copenhagen.

    Fausto Intilla
    http://www.oloscience.com

    Fausto Intilla

    6 settembre 2007 at 21:59


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